Sergio Maria TeutonicoConoscere il Cibo10 mesi fa6199 Viste
Se hai fretta:
ToggleOgni anno, con l’arrivo di ottobre, l’aria cambia. Si fa più densa, profuma di legna umida, di foglie che marciscono lentamente, di mele cotte e cannella.
È il tempo delle sciarpe, dei tramonti precoci e delle cucine che tornano ad accendersi.
In mezzo a questo quadro c’è lei, la protagonista indiscussa dell’autunno: la zucca. Rotonda, arancione, misteriosa.
Appare improvvisamente nei mercati, tra un cesto di funghi porcini e un mazzo di cavolo nero, e nessuno riesce a ignorarla.
È l’ortaggio più fotografato della stagione, il più decorativo, ma anche uno dei più maltrattati: da un lato simbolo di Halloween, dall’altro ingrediente sublime di una tradizione gastronomica che affonda le radici nella cultura contadina italiana.
Eppure, per capire come un frutto della terra sia diventato icona mondiale di una festa nata per esorcizzare la morte, bisogna tornare molto indietro.
La storia della zucca di Halloween comincia lontano da qui, nelle brughiere irlandesi, tra la nebbia, le torbiere e le leggende di spiriti che vagano nella notte.
Era un fabbro, noto per il suo vizio del bere e la sua abilità nel raggirare chiunque.
Si dice che una sera, al tavolo di un’osteria, incontrò il diavolo in persona, venuto a reclamare la sua anima.
Jack, con la faccia tosta che lo contraddistingueva, lo convinse a bere un ultimo bicchiere insieme e, al momento di pagare, lo persuase a trasformarsi in una moneta per saldare il conto.
Ma appena il diavolo lo fece, Jack infilò la moneta in tasca accanto a una croce d’argento, imprigionandolo.
Il diavolo dovette giurare di lasciarlo in pace per dieci anni.
Passato quel tempo, tornò a cercarlo, ma Jack lo ingannò di nuovo.
Gli chiese di arrampicarsi su un albero per cogliere una mela e, mentre il diavolo era tra i rami, incise una croce sul tronco.
Solo promettendo di non volerlo mai più all’inferno ottenne di essere liberato. Quando Jack morì, però, né il Paradiso né l’Inferno vollero accoglierlo.
Così fu condannato a vagare per l’eternità, con un tizzone ardente per illuminare il cammino, infilato in una rapa scavata.
Nacque così Jack of the Lantern, l’anima errante che avrebbe ispirato secoli di racconti e superstizioni.
La tradizione di intagliare rape e barbabietole, accendendole con una candela nella notte di Samhain (la vigilia del primo novembre, quando il mondo dei vivi e quello dei morti si sfiorano) serviva a spaventare gli spiriti maligni.
Con le grandi migrazioni del XIX secolo, gli irlandesi portarono questa usanza negli Stati Uniti.
Lì trovarono un sostituto perfetto: la zucca americana.
Era enorme, morbida, facile da svuotare e soprattutto spettacolare da vedere.
Così la rapa cedette il passo alla zucca, e l’America trasformò Jack O’Lantern in simbolo universale di Halloween.
Da allora la zucca divenne un’icona pop. Apparve nei film, nei cortili, nelle scuole, e infine sui nostri schermi, fino ad approdare anche in Italia. Per molti, all’inizio, Halloween era solo una trovata commerciale, un’invasione culturale.
Ma col tempo anche noi abbiamo imparato a scavare le nostre zucche, spesso senza sapere che in alcune regioni italiane si faceva qualcosa di simile da secoli.
In Veneto, in Friuli e in certe zone della Sicilia e delle Marche, si usava intagliare ortaggi e accendervi dentro un lume per commemorare i defunti o scacciare gli spiriti la notte del due novembre.
Si chiamavano “lumere” o “morti” e non avevano nulla di americano: erano tradizioni contadine legate alla paura e al rispetto della morte.
Prima di essere lanterna, è sempre stata cibo. Un cibo povero ma prezioso, il “pane dei poveri”, come lo chiamavano nelle campagne padane.
La zucca, arrivata in Europa dalle Americhe dopo la scoperta del Nuovo Mondo, trovò nella pianura del Po un habitat ideale.
Si conservava bene per tutto l’inverno, cresceva su terreni modesti e costava poco. Era il simbolo della sopravvivenza: la si lessava, la si arrostiva, la si trasformava in zuppe dolci e dense.
Col Rinascimento la zucca salì di rango. In molte corti italiane apparve nei banchetti, servita come ripieno dei tortelli o ridotta in purea con spezie e mandorle.
Mentre diventava simbolo di abbondanza, si guadagnava anche una certa ironia linguistica: da allora “testa di zucca” non indica solo chi ama l’autunno, ma chi ha la testa un po’ vuota.
È curioso come uno stesso oggetto possa rappresentare insieme la stupidità e la prosperità, la leggerezza e la ricchezza.
Oggi, però, il successo planetario della zucca ha portato anche qualche confusione.
Non tutte le zucche che vediamo in autunno sono commestibili.
Le piccole e decorative, spesso verdi, bitorzolute o a forma di pera, sono solo ornamentali e contengono una sostanza amara e tossica chiamata cucurbitacina.
È un composto naturale, ma anche una trappola per chi non la conosce: resiste alla cottura e può provocare seri disturbi gastrointestinali.
Le grandi zucche arancioni da intaglio, le classiche “pumpkin” americane, sono tecnicamente commestibili ma poco saporite, fibrose, acquose.
Meglio lasciarle al loro ruolo decorativo e salvare solo i semi, ottimi da tostare.
Le vere protagoniste della tavola sono altre: la Delica, la Mantovana, la Marina di Chioggia, la Butternut, la Lunga di Napoli.
La Delica è piccola, verde scuro e dalla polpa asciutta e dolce, perfetta per ripieni e purè.
La Mantovana ha un gusto più intenso, quasi castagnoso, e dà il meglio di sé nei tortelli.
La Marina di Chioggia, con la sua buccia irregolare e grinzosa, è un concentrato di sapore, ideale per gnocchi e vellutate.
La Butternut, dalla forma elegante e la consistenza vellutata, è più delicata e profumata, ottima per creme e zuppe.
La Lunga di Napoli è il gigante del Sud, dal gusto leggermente muschiato, usata nelle tradizionali paste con la zucca o fritta in padella con un pizzico di peperoncino.
La zucca, insomma, ha saputo cucire insieme l’Italia intera.
In Emilia-Romagna e Lombardia regna nei tortelli e nel risotto, dove il dolce naturale del frutto incontra la sapidità del burro e del parmigiano.
In Veneto la si trova nel saor, un piatto antico che la sposa con cipolla, aceto e uvetta, oppure negli gnocchi e nei pani dolci.
In Campania la zucca si mescola alla pasta, al provolone o al baccalà, in una sinfonia autunnale dal profumo intenso.
Dalle Alpi alla Sicilia, la zucca è un ingrediente democratico, capace di attraversare le stagioni e le classi sociali, senza perdere la sua identità.
Eppure non è solo un cibo. È anche un simbolo. La sua forma piena e i suoi semi abbondanti la rendono emblema di fertilità e prosperità.
Ma dentro, è vuota: da qui l’associazione con la superficialità e la stupidità.
È anche, però, un simbolo di trasformazione e magia. Nelle fiabe, è la carrozza di Cenerentola, la promessa che anche le cose più umili possono cambiare, purché ci sia un pizzico di luce a illuminarle.
Forse è proprio questo dualismo che la rende così affascinante: la zucca è umile e nobile, concreta e magica, contadina e regale.
In fondo, il suo destino è sempre stato quello di contenere qualcosa: prima un tizzone, poi una candela, infine un pasto caldo.
È una forma che protegge, accoglie e trasforma. È la metafora perfetta dell’autunno stesso — una stagione che chiude e insieme prepara, che avvolge nel buio ma promette luce.
E quando le notti di Halloween finiscono, quando i bambini smettono di bussare alle porte travestiti da fantasmi e le lanterne si spengono, la zucca resta.
Resta nelle cucine, nelle pentole, nei piatti. Resta nei gesti quotidiani: un coltello che affonda nella sua polpa, un filo d’olio, un rametto di rosmarino, il profumo dolce che si sprigiona dal forno. È un ortaggio che non ha bisogno di scenografie per essere straordinario.
E forse la vera magia di Jack O’Lantern non era il tizzone infernale, ma la scoperta che anche dal buio può nascere calore. La sua lanterna non era una condanna, ma una ricetta. Un promemoria antico: la luce si trova solo se la si costruisce con le proprie mani.
Così, ogni volta che accendiamo il forno e mettiamo dentro una teglia di zucca, stiamo ripetendo quel gesto antico: scavare, accendere, scaldare.
Halloween passa, ma la zucca resta e nel suo arancione tiepido, nella sua dolcezza discreta, nel suo odore che sa di casa, si nasconde il segreto di un’autunno che non fa paura, ma fame.
P.S. E se, dopo aver intagliato la vostra zucca di Halloween, vi avanza un po’ di polpa dolce e profumata, non lasciatela lì a guardare la notte.
Trasformatela in una coccola di forno: provate la mia ricetta delle lasagne con zucca e scamorza affumicata.
È il modo migliore per chiudere la festa e aprire la stagione più buona dell’anno!
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Da leggere tutte d’un fiato.