Rosolatura - Bistecca rosolata in padella di ghisa con crosta dorata e reazione di Maillard

La rosolatura sigilla la carne? Anatomia di una leggenda

Eppure questa spiegazione continua a circolare con una tenacia sorprendente: la troviamo nei ricettari di famiglia, nei programmi di cucina, nelle cucine professionali e, ogni tanto, anche in qualche testo didattico. «Prima rosola bene la carne a fuoco vivo, così la sigilli e i succhi restano dentro». È una di quelle frasi che abbiamo ascoltato così tante volte da finire per considerarla quasi ovvia.

 

La cosa interessante è che questa convinzione nasce da un’osservazione che, a prima vista, sembra sensata. Quando rosoliamo bene una carne, la superficie cambia, si asciuga, prende colore, sviluppa una crosta e il risultato finale può sembrare più ricco, più intenso e persino più succoso. È facile quindi immaginare che quella superficie abbia creato una sorta di protezione. Solo che ciò che avviene durante la cottura è un po’ diverso: la crosta non funziona come un involucro impermeabile e la quantità di liquidi che rimane nella carne dipende soprattutto da altri fattori, a cominciare dalla temperatura raggiunta.

 

Questo non toglie nulla all’importanza della rosolatura, anzi. Rosolare resta uno dei passaggi più utili nella cottura della carne perché produce colore, consistenza e una grande quantità di aromi. Il punto, quindi, non è stabilire che per anni abbiamo cucinato nel modo sbagliato, ma capire meglio perché una tecnica che funziona continui a funzionare anche quando la spiegazione tradizionale che le abbiamo attribuito non descrive con precisione ciò che accade.

 

Ed è proprio qui che la questione diventa interessante dal punto di vista della cucina. Conoscere i fenomeni che avvengono nella carne ci permette di usare meglio il calore, scegliere quando rosolare, controllare la temperatura e capire perché tecniche molto diverse tra loro possano portare a risultati eccellenti. Non per sostituire l’esperienza con la chimica, ma per dare all’esperienza qualche strumento in più per leggere ciò che succede in padella.

Tutto comincia con Liebig

La storia del cosiddetto «sigillo» non nasce in una cucina, ma nella scienza dell’Ottocento. Uno dei protagonisti è Justus von Liebig, chimico tedesco tra i più influenti del suo tempo, studioso di chimica organica, agricoltura e alimentazione. Il suo nome sarebbe poi diventato noto anche al grande pubblico grazie all’estratto di carne, ma il suo contributo alla storia che ci interessa risale soprattutto alle sue ricerche sulla chimica degli alimenti.

 

Nel 1847 Liebig pubblicò Researches on the Chemistry of Food, opera che è ancora possibile consultare nella copia digitalizzata della Wellcome Collection.

rosolatura della carne - Justus von Liebig NIH

Ragionando sulla cottura della carne e sulla conservazione delle sostanze nutritive contenute nei suoi succhi, ipotizzò che l’esposizione immediata a un calore intenso potesse far coagulare rapidamente le proteine della superficie creando uno strato capace di limitare la fuoriuscita dei liquidi. Il ragionamento riguardava in origine soprattutto la carne immersa nell’acqua bollente, ma il principio fu poi esteso alla cottura in padella e al forno.

 

Una parte dell’osservazione era corretta: sottoposte al calore, le proteine della superficie cambiano struttura e coagulano. Il problema arriva nel passaggio successivo, perché una proteina coagulata non diventa automaticamente una membrana impermeabile. Tra coagulare e sigillare esiste una differenza sostanziale e quella superficie continua a permettere la fuoriuscita di acqua e vapore.

 

L’idea, però, aveva tutte le caratteristiche necessarie per avere successo. Arrivava da uno scienziato autorevole, offriva una spiegazione semplice e sembrava confermare una pratica che i cuochi utilizzavano già. La carne rosolata aveva più sapore e una superficie più invitante; se la teoria diceva che quella crosta tratteneva anche i succhi, era facile collegare le due cose. Così la spiegazione passò dai trattati scientifici ai manuali di cucina e, da lì, da una generazione di cuochi all’altra.

 

È un meccanismo che in cucina incontriamo spesso. Una tecnica produce un buon risultato, qualcuno le attribuisce una spiegazione plausibile e, con il passare del tempo, tecnica e spiegazione diventano inseparabili. A quel punto smettiamo di chiederci se la spiegazione sia corretta perché vediamo che il gesto funziona. Ma il fatto che un gesto funzioni non dimostra necessariamente che funzioni per il motivo che gli abbiamo attribuito.

La prova più semplice: pesare la carne

La teoria del sigillo ha almeno un vantaggio: può essere verificata con una certa facilità. Se la rosolatura impedisse ai succhi di uscire, una carne rosolata dovrebbe perdere meno peso di una carne non rosolata portata allo stesso grado di cottura. È sufficiente quindi partire da pezzi comparabili, pesarli prima della cottura, utilizzare tecniche differenti mantenendo sotto controllo la temperatura finale e confrontare poi la perdita di peso.

Le prove sperimentali non mostrano la formazione di un «sigillo» capace di trattenere i liquidi. In alcune condizioni la rosolatura iniziale può perfino aumentare la perdita complessiva, perché sottopone la superficie a temperature molto elevate e porta alla rapida evaporazione dell’acqua presente negli strati esterni.

 

Anche studi sulle diverse tecniche di cottura della bistecca hanno evidenziato come temperatura e metodo incidano sulla perdita di acqua e sulla succosità, senza fornire sostegno all’idea di una barriera impermeabile creata dalla crosta.

 

Kenji López-Alt, che ha dedicato numerosi esperimenti alla cottura della carne, ha affrontato esplicitamente il mito anche durante una dimostrazione al MIT riportata dal Boston Globe.

Il punto non è mettere in discussione la rosolatura, ma distinguere due fenomeni diversi:

la rosolatura della carne pesare la carne

 la formazione di una superficie brunita e aromatica da una parte, la capacità della carne di conservare acqua durante la cottura dall’altra.

 

Se vogliamo, è una prova che possiamo organizzare anche durante una lezione. Una bilancia, una sonda e due pezzi di carne comparabili sono sufficienti per trasformare una frase tramandata per generazioni in qualcosa che gli allievi possono osservare e misurare. È anche uno dei modi che preferisco per affrontare la tecnica di cucina: non chiedere di credere a una regola, ma creare le condizioni per capire perché funziona oppure perché non funziona.

Cosa succede in padella

Anche senza organizzare un esperimento, basta osservare con attenzione quello che accade durante la cottura per rendersi conto che la superficie della carne non si comporta come un involucro impermeabile. Quando mettiamo una bistecca su una superficie molto calda sentiamo lo sfrigolio prodotto dall’acqua che raggiunge la zona di cottura, evapora e interagisce con il grasso. Il fenomeno continua anche dopo che la superficie ha iniziato a colorarsi, segno che la formazione della crosta non interrompe gli scambi tra l’interno della carne e l’ambiente esterno.

Lo stesso vale per il fondo che troviamo nella padella o nella teglia. Durante la cottura si depositano proteine, zuccheri, grassi e altri composti provenienti dalla carne; questi residui si concentrano, bruniscono e possono poi essere sciolti con vino, brodo o acqua attraverso la deglassatura. È uno dei passaggi fondamentali della cucina classica per costruire una salsa ricca di sapore. Sarebbe difficile spiegare quel fondo se immaginassimo la carne come un contenitore completamente chiuso dalla rosolatura.

 

La crosta, del resto, non è una vernice applicata sulla carne. È una zona superficiale disidratata e trasformata dal calore, con una struttura irregolare attraverso la quale acqua e vapore possono continuare a muoversi.

la rosolatura della carne cosa succede in padella

Anche l’espressione «chiudere i pori», usata spesso per spiegare il fenomeno, è poco adatta: il muscolo non è una spugna dotata di piccoli fori che possiamo tappare con il calore, ma un tessuto formato da fibre muscolari organizzate in fasci, proteine, tessuto connettivo, grasso e acqua distribuita all’interno della struttura.

 

Per capire la succosità dobbiamo quindi smettere di guardare soltanto la superficie e occuparci di ciò che accade dentro la carne.

La temperatura conta più del presunto sigillo

 

Temperatura interna indicativa

Cosa accade nella carne

40-50 °C

Iniziano le modificazioni delle proteine; la struttura muscolare conserva ancora una grande quantità di acqua.

50-55 °C

La denaturazione della miosina procede e le fibre iniziano a contrarsi; la perdita di liquidi rimane relativamente contenuta.

55-65 °C

La contrazione aumenta, diminuisce la capacità di trattenere acqua e iniziano modificazioni più evidenti anche nel tessuto connettivo.

65-75 °C e oltre

La denaturazione proteica e la contrazione delle fibre diventano più marcate; la carne tende progressivamente a diventare più asciutta e compatta.

Queste temperature non devono essere lette come confini rigidi. Servono a visualizzare un processo continuo e a capire perché due bistecche ottenute dallo stesso pezzo possano avere una succosità molto diversa se una viene fermata intorno ai 54-55 °C al cuore e l’altra viene portata a 70 °C. 

 

Non esiste una crosta capace di compensare una cottura che ha portato una parte consistente delle fibre molto oltre il punto desiderato.

 

Ecco perché il termometro è uno strumento molto più interessante della teoria del sigillo. Non misura direttamente quanti succhi perderemo, ma ci permette di controllare uno dei fattori più importanti della cottura: la temperatura raggiunta all’interno della carne. Usarlo non significa trasformare il cuoco in un tecnico di laboratorio; significa aggiungere un dato preciso all’esperienza, alla vista e al tatto.

Rosolare serve, ma serve soprattutto al sapore

A questo punto si potrebbe cadere nell’equivoco opposto e pensare che, se la rosolatura non serve a trattenere i succhi, allora sia un passaggio superfluo. In realtà è una delle tecniche più importanti nella cottura della carne, soltanto per una ragione diversa da quella del presunto “sigillo”: il suo compito principale è costruire sapore, colore e consistenza.

 

Qui entra in gioco Louis-Camille Maillard, medico e chimico francese che nel 1912 descrisse una serie di reazioni tra composti contenenti gruppi amminici, come gli aminoacidi, e zuccheri riducenti. Oggi riuniamo queste trasformazioni sotto il nome di reazione di Maillard e sappiamo che hanno un ruolo centrale nella formazione del colore bruno e di molti degli aromi che associamo agli alimenti cotti. 

 

È lo stesso insieme di fenomeni che riconosciamo nella crosta del pane, nel caffè tostato, nella pelle ben dorata di un pollo arrosto, nelle cipolle rosolate e, naturalmente, sulla superficie di una bistecca.

Anche qui, però, conviene evitare le formule troppo semplici. Si sente spesso dire che la reazione di Maillard “inizia a 140 °C”, come se esistesse una soglia precisa oltre la quale il fenomeno si accende. Non funziona in modo così netto. Le reazioni possono avvenire anche a temperature inferiori, ma diventano molto più rapide ed evidenti quando la temperatura della superficie aumenta e quando l’ambiente è sufficientemente asciutto. Per questo, in padella, il calore da solo non basta: dobbiamo anche creare le condizioni perché la superficie della carne possa raggiungere temperature elevate senza essere continuamente raffreddata dall’acqua che evapora.

 

Ed è proprio questo il punto interessante. Finché sulla superficie rimane molta umidità, una parte consistente dell’energia fornita dalla padella viene impiegata per far evaporare quell’acqua. La temperatura superficiale sale più lentamente e la brunificazione procede con maggiore difficoltà.

La rosolatura sigilla la carne la reazione di maillard (1)

Per ottenere una crosta ben formata è quindi utile partire da una superficie asciutta e lavorare con una temperatura adeguata. In un certo senso, la rosolatura funziona bene non perché trattiene l’acqua, ma perché la superficie ne perde abbastanza da poter sviluppare colore e aromi.

 

Il valore della rosolatura sta quindi soprattutto nella trasformazione della superficie. Una carne ben brunita offre aromi più complessi, una consistenza diversa e un contrasto più interessante tra esterno e interno. Nei brasati e negli stufati c’è poi un vantaggio ulteriore: i residui che si formano sul fondo della casseruola durante la rosolatura possono essere deglassati con vino, brodo o altri liquidi e contribuire in modo importante alla costruzione del sapore finale del piatto.

Perché la carne rosolata ci sembra più succosa

Rimane una domanda interessante: se la rosolatura non imprigiona l’acqua, perché una carne con una bella crosta ci dà spesso una sensazione di maggiore succosità? La risposta sta nel fatto che ciò che percepiamo in bocca come «succoso» non dipende soltanto dalla quantità di acqua contenuta nell’alimento.

 

La succosità è una percezione complessa alla quale partecipano l’umidità della carne, il grasso fuso, la consistenza, la sapidità, gli aromi e anche la salivazione. Una superficie intensamente aromatica e saporita stimola il palato, mentre il grasso contribuisce alla lubrificazione durante la masticazione. Il contrasto fra una crosta ben formata e un interno morbido e umido completa il quadro.

 

Questo aiuta anche a capire perché l’idea del sigillo sia risultata così convincente. L’esperienza sensoriale sembrava confermarla: rosolavamo una bistecca, la trovavamo più piacevole e spesso più succosa al palato, quindi attribuivamo quella sensazione a una maggiore quantità di liquido rimasta intrappolata all’interno. La percezione era corretta; era l’interpretazione del fenomeno a essere troppo semplice.

E il riposo della carne?

Accanto al mito del sigillo c’è un altro argomento sul quale si tende spesso a utilizzare spiegazioni molto nette: il riposo dopo la cottura. L’idea tradizionale è che lasciando riposare la carne i succhi si «ridistribuiscano» e rimangano più facilmente all’interno quando la tagliamo. Alcune prove mostrano una riduzione del liquido che finisce immediatamente sul tagliere dopo un breve riposo, ma la dinamica è più complessa della semplice immagine dei succhi che tornano al loro posto.

 

Durante il riposo continuano infatti gli scambi di calore tra la superficie e il centro e, soprattutto nei pezzi grandi, la temperatura interna può continuare a salire per alcuni minuti. È il fenomeno del carryover cooking. Se stiamo cercando un punto di cottura preciso dobbiamo tenerne conto, perché una carne tolta dal fuoco alla temperatura finale desiderata può superarla durante il riposo.

 

Il criterio più sensato è quindi proporzionare il riposo alla dimensione del pezzo e al metodo di cottura. Una bistecca non richiede gli stessi tempi di un arrosto e non esiste un numero di minuti valido per ogni preparazione. Ancora una volta, conoscere il fenomeno è più utile che applicare una formula.

In cucina, cosa cambia?

Liberarsi dal mito del sigillo non significa stravolgere il modo in cui cuciniamo la carne. Significa usare la rosolatura per il compito che sa svolgere meglio e controllare separatamente gli aspetti che determinano la succosità.

 

La prima attenzione riguarda la superficie. Asciugare bene la carne prima di rosolarla facilita la formazione della crosta perché riduce la quantità di acqua che deve evaporare prima che la temperatura superficiale possa aumentare. Tamponare la carne con carta da cucina è quindi un gesto semplice ma utile, soprattutto quando lavoriamo con una padella o una piastra.

 

Anche la quantità di carne messa contemporaneamente in padella conta. Se affolliamo troppo la superficie di cottura, la temperatura diminuisce mentre diversi pezzi liberano acqua nello stesso momento.

rosolatura della carne asciugare la carne

Invece di brunire rapidamente, la carne rimane più a lungo in un ambiente umido e tende a cuocere prima che si formi una buona crosta. Quando necessario, lavorare in più riprese produce risultati migliori.

Il reverse sear: prima la cottura, poi la crosta

rosolatura della carne reverse sear cioè la rosolatura inversa

Per i tagli spessi è particolarmente interessante il reverse sear, cioè la rosolatura inversa. Il principio consiste nel cuocere prima la carne in modo dolce e controllato, generalmente a temperatura moderata, fino ad avvicinarsi al punto di cottura desiderato. Solo alla fine il pezzo viene esposto per poco tempo a una padella, una piastra o una griglia molto calda per formare la crosta.

 

Il vantaggio sta nella distribuzione più uniforme della temperatura. Con una cottura molto aggressiva fin dall’inizio rischiamo di creare sotto la superficie una fascia di carne molto cotta mentre il centro deve ancora raggiungere la temperatura desiderata. Con una prima fase più dolce questa differenza può essere ridotta e la rosolatura finale viene utilizzata quasi esclusivamente per lavorare sulla superficie.

 

È una tecnica particolarmente adatta a costate, fiorentine e altri pezzi di un certo spessore. Ed è anche una dimostrazione pratica interessante contro la teoria del sigillo: se la rosolatura dovesse necessariamente servire a chiudere la carne prima della cottura, farla alla fine sarebbe privo di logica. Invece il metodo funziona proprio perché separa due obiettivi differenti, cioè la gestione della temperatura interna e la formazione della crosta.

Lo stesso principio vale per il sottovuoto

La cottura a bassa temperatura in sottovuoto porta questo concetto ancora più avanti. La carne viene prima condotta in modo controllato verso la temperatura desiderata e successivamente, dopo essere stata asciugata con attenzione, viene passata rapidamente su una superficie molto calda. La padella non deve più cuocere il centro del pezzo: deve produrre colore e aromi nel minor tempo possibile.

 

Anche in questo caso emerge quanto sia utile separare le diverse funzioni della cottura. Possiamo controllare la temperatura per ottenere la consistenza interna che desideriamo e gestire poi la superficie per sviluppare Maillard. Non abbiamo bisogno di attribuire alla crosta una funzione che non possiede.

Nei brasati si rosola ancora?

Sì, e ci sono ottime ragioni per farlo. Quando preparo un brasato, uno stufato o una carne destinata a una lunga cottura, la rosolatura iniziale contribuisce alla costruzione del sapore. I composti aromatici sviluppati sulla superficie della carne e il fondo brunito che rimane nella casseruola entrano successivamente nel liquido di cottura e partecipano alla struttura aromatica del piatto.

 

Non stiamo però sigillando la carne. Dopo ore di cottura il tessuto muscolare ha attraversato trasformazioni molto più importanti di qualunque crosta iniziale. Nei tagli ricchi di tessuto connettivo una parte fondamentale della morbidezza finale dipende dalla trasformazione del collagene e dalla formazione di gelatina. 

 

È una logica completamente diversa da quella di una bistecca cotta rapidamente, ed è proprio per questo che applicare una sola spiegazione a tutte le cotture della carne porta spesso fuori strada.

Anche il momento della salatura conta

Il sale merita una considerazione perché incide sia sul sapore sia sul comportamento della superficie. Quando viene distribuito sulla carne richiama inizialmente acqua verso l’esterno. Se lasciamo passare abbastanza tempo, quella soluzione salina può essere progressivamente riassorbita e il sale può diffondersi negli strati superficiali della carne, mentre la superficie torna ad asciugarsi.

 

Per questo salare con un certo anticipo, per esempio lasciando una bistecca scoperta in frigorifero per diverse ore o dalla sera precedente, può essere utile. Otteniamo una carne con una sapidità meglio distribuita e una superficie asciutta, più adatta a una rosolatura rapida. Se invece non abbiamo tempo, può avere senso salare poco prima della cottura evitando di lasciare la carne per un breve periodo nella fase in cui il sale ha richiamato acqua sulla superficie ma questa non ha ancora avuto il tempo di essere riassorbita o evaporare.

rosolatura della carne l'importanza del sale

Sono dettagli, ma la tecnica di cucina è fatta anche di questo: capire quali fenomeni stiamo cercando di favorire e organizzare il lavoro di conseguenza.

Il gesto giusto, il motivo sbagliato

La storia del «sigillo» è un buon esempio di come una leggenda culinaria possa nascere e durare per generazioni. Si parte da un’ipotesi plausibile formulata da una figura autorevole, la si associa a una tecnica che produce buoni risultati e la si ripete abbastanza a lungo da trasformarla in una regola. A quel punto diventa difficile separare l’efficacia del gesto dalla correttezza della spiegazione.

 

In questo caso, per fortuna, il danno è limitato: chi rosola la carne pensando di sigillarla ottiene comunque una superficie più saporita. Il problema nasce quando l’idea del sigillo ci porta a prendere decisioni sbagliate, per esempio quando pensiamo di poter prolungare la cottura perché «ormai i succhi sono chiusi dentro», oppure quando consideriamo scorretto il reverse sear soltanto perché la rosolatura arriva alla fine.

La tradizione in cucina è una risorsa enorme, ma rispettarla non significa trasformarla in un insieme di verità intoccabili. Molte tecniche nate dall’esperienza dei cuochi funzionano benissimo anche quando la spiegazione costruita successivamente intorno a loro non è corretta. Capire i fenomeni ci permette di conservare ciò che funziona e di liberarci di ciò che non serve.

 

La rosolatura crea sapore, colore e consistenza. La succosità dipende soprattutto dal modo in cui gestiamo temperatura, tempo e caratteristiche della carne. Tenere separate queste due cose ci rende cuochi più consapevoli e, soprattutto, ci permette di ottenere risultati più costanti.

 

E se qualcuno continua a dirvi che bisogna rosolare una bistecca «per chiudere i pori», non è necessario iniziare una discussione. Potete sempre prendere due pezzi di carne, una bilancia e un termometro. In cucina una prova ben fatta è spesso più utile di una lunga teoria.

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Fonti e approfondimenti

Per approfondire gli aspetti storici e scientifici trattati nell’articolo, segnalo alcuni riferimenti utili.

  • Justus von Liebig, Researches on the Chemistry of Food , Taylor and Walton, Londra, 1847. Il testo è disponibile in copia digitale presso la Wellcome Collection.
  • Harold McGee, On Food and Cooking: The Science and Lore of the Kitchen, Scribner, edizione riveduta 2004. Uno dei riferimenti fondamentali per comprendere i fenomeni fisici e chimici che avvengono durante la preparazione e la cottura degli alimenti.
  • Louis-Camille Maillard, Action des acides aminés sur les sucres: formation des mélanoïdines par voie méthodique , Comptes Rendus de l’Académie des Sciences, vol. 154, pp. 66-68, 1912. È il lavoro originale nel quale Maillard descrisse la reazione tra aminoacidi e zuccheri che avrebbe poi preso il suo nome.
  • Paul-André Finot, Historical Perspective of the Maillard Reaction in Food Science , Annals of the New York Academy of Sciences, vol. 1043, pp. 1-8, 2005. Un approfondimento scientifico sulla scoperta della reazione di Maillard e sullo sviluppo delle conoscenze relative al suo ruolo negli alimenti.
  • J. Kenji López-Alt, J. Kenji Lopez-Alt tells you how to cook meat , The Boston Globe, 17 marzo 2016. Resoconto di una dimostrazione al MIT dedicata, tra gli altri temi, al mito della rosolatura come sistema per «sigillare» i succhi e alla gestione della cottura della carne.

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