Sergio Maria TeutonicoPane, Ricette per la Colazione e il Brunch5 anni fa5595 Viste
Se hai fretta:
ToggleA proposito di taralli sugna e pepe, potrei dirvi serenamente che ci sono preparazioni che mettono alla prova anche la più ferrea delle volontà.
Ci sono cibi che si infilano in quella zona grigia tra il piacere e la debolezza, quelli a cui non riusciamo proprio a dire di no.
E ogni volta che li assaggiamo, ci ritroviamo a ripetere le solite frasi: “ancora uno”, “solo un pezzetto”, “è l’ultimo, giuro”. Poi ne arriva un altro. E un altro ancora.
I taralli al pepe, almeno per quanto mi riguarda, stanno esattamente al centro di questa categoria così umana e onesta: i cibi che vincono sempre.
Croccanti, intensi, leggermente unti quanto basta da sporcare le dita e profumati di pepe appena spaccato, sono una specie di trappola gastronomica ben congegnata.
E se anche cercate di evitarli, fanno in modo di ritrovarvi, uno alla volta, nel piatto, magari senza che ve ne accorgiate.
Li ho preparati a modo mio, senza stare troppo dietro alla tradizione, senza seguire ricette intoccabili. Ho preferito fidarmi del mio gusto personale, come faccio spesso.
Ho eliminato ciò che mi sembrava superfluo, aggiunto quello che secondo me mancava. Non c’è nessuna presunzione in questo, solo il desiderio di cucinare qualcosa che davvero mi piaccia.
Secondo me, questi taralli danno il massimo dopo almeno 24 ore di riposo.
Non perché prima siano cattivi, ma perché i grassi — e in particolare la sugna — hanno bisogno di tempo.
Tempo per rilassarsi, per legare con la farina, per fondersi con il pepe. Il giorno dopo sono friabili, asciutti al punto giusto, con una consistenza che fa crack sotto i denti ma senza sbriciolarsi come sabbia.
Li potete preparare in quantità, conservarli a lungo in una scatola di latta o in un contenitore ben chiuso. Ma diciamoci la verità, il problema della conservazione non si presenterà.
Spariranno prima. Anzi, appena sfornati ne assaggerete uno per curiosità. Poi un altro, tanto è piccolo.
E senza accorgervene, vi ritroverete a dover fare una seconda infornata.
È sempre così.
Faccio anche una precisazione personale, giusto per non lasciare dubbi: la tradizione vuole che sulla superficie dei taralli ci siano mandorle intere. E va benissimo.
Ma io preferisco mandorle tritate grossolanamente.
A mio avviso, così il sapore si distribuisce meglio nell’impasto e il morso è più interessante.
Non è un vezzo, è una scelta che rispecchia il mio modo di lavorare: semplificare, ma con senso.
L’ultima cosa che vi dico — e forse è la più importante — è questa: mettete tanto pepe. Non siate timidi. Il pepe deve sentirsi, deve pizzicare la lingua, deve farsi notare.
Più bruciano, più sono buoni.
È proprio quella nota pungente a rendere questi taralli unici.
Eccovi la ricetta. Provate, assaggiate, fateli vostri. E se vi va, ditemi com’è andata.
500 g farina
150 g strutto
25 g lievito di birra
200 g mandorle non pelate
1 cucchiaio di pepe nero
10 g sale
Sciogliere il lievito in 180 g di acqua tiepida e impastare con 100 g di farina, quindi mettere a lievitare in una ciotola coperta con un panno.
Raddoppiato il volume, aggiungere l’altra farina, lo strutto, il pepe ed infine il sale.
Lavorare a lungo l’impasto, formare dei filoncini spessi ½ cm e lunghi 15 cm e attorcigliarli a coppia, formando una ciambella.
Cospargetele con le mandorle e mettetele a lievitare fino al raddoppio.
Infornare a 180°C fino a doratura.
Se riuscite fateli freddare prima di mangiarli altrimenti vi scottate la bocca!
Ci sono ricette che, per quanto semplici possano sembrare, hanno il potere di mettere in discussione ogni buon proposito alimentare.
I taralli sugna e pepe sono tra queste: ingannano con la loro forma minuta e rassicurante, ma non conoscono moderazione.
Una volta iniziato, non si torna indietro.
È una questione di gusto, certo, ma anche di struttura, di memoria, di quella combinazione perfetta tra il friabile e il saporito che non ha bisogno di grandi spiegazioni.
Chi cucina questi taralli sugna e pepe — chi li fa davvero, impastandoli con le mani, aspettando che riposino, infornandoli e annusandoli mentre si dorano piano — sa che non sta semplicemente preparando uno spuntino.
Sta riprendendo un gesto antico, un sapere che si tramanda anche senza parole, solo con il profumo che esce dal forno.
Ed è in questa logica che si colloca un’altra preparazione monumentale della cucina napoletana: il casatiello.
Un impasto ricco, carico, grasso quanto basta, ripieno di salumi, formaggi e uova, pensato per sfamare e appagare.
È una torta salata che non fa sconti, un pane che diventa rito, tradizione, festa.
Se i taralli al pepe rappresentano la golosità istintiva, il casatiello è la celebrazione della convivialità.
È il pane della Pasqua partenopea, ma anche un piatto che oggi si prepara quando si ha qualcosa da condividere.
Ha una presenza scenica importante, un sapore pieno e una struttura che si presta bene anche a essere reinterpretata, senza mai snaturarne il senso.
Ti invito a provare anche la mia versione, come sempre senza eccessi di folklore ma con la voglia di fare le cose per bene, con equilibrio e rispetto:
Casatiello Napoletano – La mia ricetta.
Perché la cucina napoletana ha questo potere: ti conquista prima con l’aroma, poi con il gusto, e infine con la memoria.
Sta a noi decidere se restare in superficie o andare a fondo.
IL NUOVO LIBRO DI SERGIO MARIA TEUTONICO
Storie brevi, intense, taglienti.
Da leggere tutte d’un fiato.