Sergio Maria TeutonicoDolci, Conoscere il Cibo12 anni fa5024 Viste
Se hai fretta:
TogglePrima che la canna e la barbabietola rendessero lo zucchero alla portata di tutti, a dolcificare c’era quasi solo il miele. Lo testimoniano i dolci più antichi della nostra tradizione, dal panpepato ai mostaccioli, dagli struffoli al torrone, nati in un’epoca in cui lo zucchero era una spezia rara e costosa.
Oggi lo usiamo meno, spesso solo per dare un tocco di aroma, e lo trattiamo come se fosse uno zucchero liquido con un sapore in più. In realtà in un impasto si comporta in modo diverso: porta acqua, trattiene l’umidità, colora prima in forno, cambia la struttura di un gelato. Conoscere questi meccanismi permette di usarlo con intenzione, scegliendo il miele giusto e correggendo la ricetta dove serve.
Lo zucchero da tavola è saccarosio quasi puro, un cristallo secco. Il miele invece è fatto in gran parte di fruttosio e glucosio, gli stessi zuccheri semplici che compongono il saccarosio ma già separati, sciolti in una quota d’acqua che di solito si aggira attorno al 17-18%. Da questa differenza dipende quasi tutto quello che succede in pasticceria.
Il primo effetto riguarda la dolcezza. Il fruttosio dolcifica più del saccarosio, e per questo il miele, pur contenendo acqua, a parità di peso risulta dolce quanto lo zucchero o anche un po’ di più. Il secondo effetto riguarda l’umidità: fruttosio e glucosio trattengono l’acqua con forza, e un dolce fatto con il miele resta morbido più a lungo. È un pregio in un pan di Spagna o in un plumcake, che si mantengono per giorni, ma diventa un limite nei biscotti che vogliamo croccanti, perché con il tempo tendono ad assorbire umidità e ammorbidirsi.
C’è poi il colore. Gli zuccheri semplici partecipano alla reazione di Maillard e alla caramellizzazione molto più in fretta del saccarosio, quindi un impasto con il miele imbrunisce prima, a volte quando l’interno è ancora lontano dalla cottura.
Infine il miele è leggermente acido: a contatto con il bicarbonato reagisce e sviluppa anidride carbonica, un piccolo aiuto alla lievitazione che molte ricette tradizionali sfruttano da sempre.
Resta l’aroma, che è la ragione per cui lo scegliamo. Qui va tenuto presente che il calore lo attenua: i mieli delicati come l’acacia in forno si sentono poco, mentre quelli più decisi come il castagno o la melata attraversano la cottura lasciando un segno riconoscibile.
La sostituzione uno a uno è l’errore più comune, e quasi sempre porta a un dolce troppo umido, troppo scuro e un po’ stucchevole. Le correzioni da fare sono tre, e vanno fatte insieme.
La prima riguarda la quantità. Visto che il miele dolcifica almeno quanto lo zucchero, come punto di partenza si possono usare 75-80 grammi di miele per ogni 100 grammi di zucchero previsti dalla ricetta. La seconda riguarda i liquidi: quei 75-80 grammi portano con sé una quindicina di grammi d’acqua, che vanno tolti dal latte, dall’acqua o dagli altri liquidi della ricetta. La terza riguarda il forno, da abbassare di 10-15 °C allungando un po’ i tempi, proprio per evitare che la superficie imbrunisca prima che l’interno sia cotto.
Se la ricetta contiene ingredienti acidi o se usiamo un miele scuro e saporito, un pizzico di bicarbonato aiuta a bilanciare e dà una spinta in più alla lievitazione.
Quando si sperimenta su una ricetta collaudata, conviene partire sostituendo solo metà dello zucchero. Si capisce subito come reagisce l’impasto, e spesso il risultato migliore sta proprio nell’equilibrio tra i due.
Ci sono poi preparazioni in cui il miele non può prendere il posto dello zucchero. Nelle meringhe l’acqua che contiene impedisce di ottenere una struttura stabile. Negli impasti montati, dove il burro viene lavorato a lungo con lo zucchero semolato, sono i cristalli a incorporare l’aria, e il miele non lo fa. Nella frolla sabbiosa toglie friabilità. In questi casi il miele si aggiunge in piccola parte, per l’aroma, lasciando allo zucchero il lavoro strutturale.
Scegliere il miele in pasticceria è un po’ come scegliere un vino in cucina: prima bisogna decidere se deve stare in secondo piano o se deve farsi sentire.
Quando serve dolcezza senza coprire gli altri sapori, i più adatti sono l’acacia e la sulla. L’acacia ha un colore paglierino quasi trasparente e un gusto delicato, che si ritrova di vanigliato e di confetto; la sulla è forse ancora più neutra, chiara e cremosa. Sono perfetti per creme, bavaresi, panna cotta, dolci al cucchiaio e per dolcificare una macedonia senza alterarne i profumi.
I mieli di agrumi, soprattutto di arancio, hanno un profumo floreale intenso che ricorda la zagara. Si sposano con frolle, biscotti, lievitati da colazione, dolci con la ricotta e con tutto ciò che contiene scorze di agrumi o mandorle. Il millefiori è il più variabile per definizione: i chiari di primavera si comportano come un’acacia più aromatica, quelli estivi e scuri sono più corposi e reggono bene la cottura.
Per i dolci di carattere servono mieli che non si perdano in forno. Il castagno, ambrato scuro con riflessi rossastri, ha un sapore amarognolo e tannico che sta benissimo con cioccolato fondente, frutta secca, pere, castagne e spezie: è il miele dei panpepati e dei dolci d’autunno. Le melate di bosco e di abete, scure e poco dolci, con note maltate e di resina, funzionano negli impasti speziati e nei biscotti rustici con farine integrali. Il timo, intenso e aromatico, dà carattere ai dolci di mandorle e ai semifreddi.
Il corbezzolo merita un discorso a parte. Ambrato con riflessi grigio verdi, con un profumo che ricorda i fondi di caffè e un gusto decisamente amaro, in pasticceria si usa in piccole quantità, più come un ingrediente aromatico che come dolcificante. Abbinato a un formaggio fresco, a una crema neutra o a un gelato al fiordilatte crea contrasti di grande interesse.
Nei lievitati il miele è un alleato prezioso, purché in dosi misurate. Qualche punto percentuale sul peso della farina basta per migliorare il profumo, dare una crosta più colorita e allungare la morbidezza nei giorni successivi.
Per questo lo si trova spesso nei grandi lievitati come panettone e colomba, dove arriva di solito nel secondo impasto insieme agli aromi. Quando le dosi salgono, invece, la grande concentrazione di zuccheri sottrae acqua ai lieviti e rallenta la fermentazione, esattamente come accade con troppo zucchero. Non va dimenticata la sua quota d’acqua quando si bilancia l’idratazione, e se il miele è cristallizzato conviene scioglierlo prima con delicatezza nei liquidi, così si distribuisce in modo uniforme senza lasciare grumi nell’impasto.
Nel gelato il miele cambia le carte in tavola. Fruttosio e glucosio abbassano il punto di congelamento molto più del saccarosio: nelle tabelle di bilanciamento usate dai gelatieri il suo potere anticongelante vale circa il doppio di quello dello zucchero.
Il risultato è un gelato più morbido e spatolabile anche a temperature basse. Se se ne mette troppo, però, il gelato diventa molle e si scioglie in fretta, per cui di solito il miele sostituisce solo una parte degli zuccheri della miscela.
Lo stesso principio rende il miele perfetto per i semifreddi, che appena tolti dal congelatore restano tagliabili e cremosi invece di diventare un blocco di ghiaccio. Il semifreddo al miele e il torroncino ne sono gli esempi classici. Si può anche cuocere il miele come uno sciroppo di zucchero, per esempio per la pâte à bombe di un semifreddo, ma va sorvegliato con attenzione perché scurisce e prende note caramellate molto prima dello zucchero.
Basta guardare la mappa dei dolci regionali per capire quanto il miele sia radicato nella nostra pasticceria, soprattutto in quella delle feste.
A Natale, al Sud, il miele lega gli struffoli napoletani, palline di pasta fritta ricoperte di miele caldo e confettini colorati, e le cartellate pugliesi, che a seconda delle famiglie si condiscono con vincotto o con miele. In Calabria e in Sicilia la pignolata e i mostaccioli lo usano come legante e come dolcificante, una memoria di tempi in cui lo zucchero era un lusso. Il cugino carnevalesco degli struffoli è la cicerchiata, diffusa tra Abruzzo, Marche, Umbria e Molise, dove il miele tiene insieme le palline fritte in una corona o in un mucchio compatto.
Poi ci sono i dolci in cui il miele è struttura. Il torrone, da quello di Cremona a quello di Benevento fino al torrone sardo di Tonara, nasce dalla cottura lenta del miele con l’albume montato e la frutta secca, e in alcune versioni non contiene neppure un grammo di zucchero. Il panforte di Siena e i panpepati di Ferrara e dell’Umbria uniscono miele, frutta secca, canditi e spezie in impasti densi che si conservano a lungo proprio grazie alla capacità del miele di trattenere l’umidità.
In Sardegna, infine, le sebadas, grandi ravioli di semola ripieni di formaggio fresco e fritti, si servono ancora calde con un filo di miele, spesso millefiori o, per chi ama i contrasti, di corbezzolo. È forse l’esempio più chiaro di quanto un miele dal carattere deciso possa trasformare un dolce semplice.
Chi compra un dolce confezionato “al miele” ha qualche strumento in più di quanto pensi per capire cosa c’è dentro. Il primo è la percentuale. Il regolamento (UE) n. 1169/2011 sulle informazioni ai consumatori prevede che, quando un ingrediente compare nel nome del prodotto o viene messo in evidenza sulla confezione, la sua quantità sia indicata in percentuale. Un biscotto “al miele” deve quindi dichiarare quanto miele contiene, ed è facile scoprire che a volte è una quota minima accanto a zucchero e sciroppi.
Il secondo strumento riguarda il tipo di miele. Esiste infatti il miele per uso industriale, quello che può avere un gusto anomalo, aver iniziato a fermentare, essere stato surriscaldato o filtrato fino a perdere gran parte del polline. Non può essere venduto come miele da tavola, ma può entrare come ingrediente nei prodotti alimentari. Il decreto legislativo 179 del 2004, nella versione aggiornata a inizio 2026, consente in questo caso di scrivere semplicemente “miele” nel nome del dolce, ma obbliga a riportare la denominazione completa, “miele per uso industriale”, nell’elenco degli ingredienti. Basta girare la confezione per saperlo.
Per chi lavora in laboratorio vale il discorso inverso: usare un buon miele da tavola, magari italiano e di una varietà precisa, è un elemento di qualità che si può comunicare con orgoglio in etichetta e al banco.
Un’ultima domanda che arriva spesso: si può usare il miele cristallizzato nei dolci? Sì, senza problemi. Il peso resta lo stesso, quindi si dosa come quello liquido, e nella maggior parte delle ricette basta scioglierlo con delicatezza nei liquidi tiepidi o nel burro fuso. Se serve fluido, per esempio per lucidare una crostata o per un impasto da lavorare a freddo, si riporta liquido a bagnomaria senza superare i 40 °C.
Chi vuole sapere perché il miele cristallizza, quali varietà lo fanno e quali no, dove tenerlo e quanto dura, trova tutto nell’articolo su come conservare il miele, utile anche a chi lo compra in quantità per il laboratorio.
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Conoscere il Cibo2 giorni fa
Verdure4 giorni fa
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Da leggere tutte d’un fiato.
Mari
Grazie per questo bellissimo post.
Non so se lo ricordi, ma io amo tantissimo il miele e lo utilizzo anche per dolcificare il caffè.
Porto sempre con me (in borsetta!) un piccolissimo barattolo di miele di sulla, che considero il più neutro in assoluto, forse assai più di quello di acacia.
In Sardegna abbiamo una buona produzione di miele. I più caratteristici sono senza dubbio Cardo ed Eucaliptus (che alcuni anni fa ha rischiato di “estinguersi” a causa di un pericoloso parassita), ma c’è una buona tradizione anche di Asfodelo (soprattutto nelle annate piovose), Millefiori e Agrumi.
Questo prodotto da noi è molto utilizzato nella produzione dolciaria. Si utilizza per preparare la sapa e per guarnire tantissime prelibatezze, dalle sebadas agli acciuleddi galluresi.
Amo molto utilizzare il miele, sia per le sue straordinarie e innegabili proprietà nutrizionali, sia per il gusto meraviglioso.
Quindi….. Lunga vita alle Api!!!
Dario
Caro Chef,
ho trovato molto interessante il tuo post. E’ importante far conoscere il miele non solo come “curativo” nel periodo invernale, ma come vero e proprio alimento. Numerosi sono i nettari prodotti dai fiori ed altrettanti sono i mieli che ne derivano,come tu hai scritto, il tutto grazie ad insetti operosi. Non mi è mai piaciuto il miele da bambino perchè troppo dolce, ma con il tempo ho scoperto nei mieli dei gusti incredibili.(Lo sapevi che il miele di carrubo ricorda al naso ed in bocca il “minestrone di verdure”??).
Un saluto.
bb
Il mio preferito è il miele di Castagno … lo adoro!